Mar 14 2008
STORIA VILLA GIUSTINIAN
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SECOLARI VICENDE DI UNA VILLA NELL’ENTROTERRA VENEZIANO: APOCRIFO GIUSTINIAN A MIRANO
Nel XV secolo i Giustinian, nobile casata veneziana, si insediarono a Mirano, eleggendola a sede e centro dei propri investimenti fondiari ed economici e permanendovi sino all’Ottocento.
Presenti con diversi rami genealogici, essi furono capaci d’iniziative e attività attraverso le quali assunsero un ruolo primario nella storia e nella società miranese.
La denominazione di “Granza Giustiniana”, presente in una mappa ottocentesca, con la quale si indicava una zona a nord di Mirano, è testimonianza significativa del loro radicamento in loco; altrettanto emblematici sono i Molini di Sotto con le loro pertinenze, la villa oggi denominata villa Morosini-XXV Aprile, la villa Giustinian Recanati ora Piarotto,e quella oggi Park Hotel Villa Giustinian a loro attribuita dalla vox populi.
La vicenda di quest’ultima ci pone di fronte al fatto di come nella storia vi siano spesso episodi e notizie che non hanno alcun riscontro e fondamento documentario, ma sono il frutto di leggende o di errori che si tramandano di generazione in generazione.
La villa, situata in via Miranese e oggi adibita ad albergo, è ritenuta da sempre proprietà del primo patriarca di Venezia San Lorenzo Giustiniani.
Dopo una lunga ed attenta ricerca si scopre che la famiglia e il nome dei Giustinian non compare mai in alcun documento di compravendita; perché allora la villa è stata attribuita a loro? L’unico elemento che in qualche modo potrebbe riportare al nobile casato è la toponomastica della strada fiancheggiante a ovest i confini del complesso; ancor oggi infatti la strada è denominata “via Patriarca” (chiaro riferimento alla mensa patriarcale): forse nella memoria collettiva si collegò l’idea del Patriarca a San Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia. Rimane certo e sicuro, attraverso i documenti emersi, che per quattro secoli la villa fu sempre “mensa patriarcale”.
L’attuale fabbricato e adiacenze, pur tenendo conto degli interventi edilizi risalenti all’Ottocento e ai nostri giorni, corrisponde al complesso edilizio così come già delineato e meticolosamente illustrato nell’atto d’acquisto del 1476.
E’ certamente l’impianto tipico di una villa del Cinquecento comprendente l’abitazione del signore da una parte e dall’altra tutto ciò che si ricollegava all’esigenza di una proprietà terriera, all’attività agricola e quindi anche all’abitazione del gastaldo.
La villa risulta divisa su tre piani, con portico e soggetta, il brolo alle spalle della facciata principale, il cortile-giardino su un lato dell’entrata “ufficiale da cui si poteva accedere tramite una porta maestra; e infine le adiacenze, la casa da gastaldo, la stalla e la chiesetta.
La situazione odierna del complesso architettonico è, in generale, molto vicina a quella descritta dall’inventario del 1555, fatto salvo la “giesola” della quale oggi non v’è più traccia visibile.
Nell’inventario del 1700 è interessante notare il ripetersi del colore rosso in vari oggetti e più stanze forse collegabile alla dignità cardinalizia, nonché la presenza di un giardino che conta ben 18 piante di “naranzeri e limoni con suoi vasi” secondo l’uso tipico dei giardini settecenteschi veneti, in cui persisteva la coltivazione delle piante in vaso, fra le quali netta era la predominanza data agli agrumi, appunto, dei quali si coltivavano diverse varietà sia per il profumo dei fiori sia per la qualità dei frutti.
L’ultimo inventario rinvenuto, datato 1892, è
Oggi l’Hotel è costituitola una struttura che ricalca il corpo centrale della villa, sebbene risenta di alcune modifiche legate ai gusti architettonici dell’800, e più recentemente, ai lavori per la trasformazione in complesso alberghiero.
L’aspetto esteriore della facciata della villaggi presenta forme tipiche della metà dell’Ottocento: le aperture non sono più quelle dei secoli precedenti.
Non c’è più la settecentesca tifora balconata al centro della facciata del piano nobile, ma un’ apertura ad arco sormontata da una cornice in pietra a timpano e arricchita da un poggiolo in ferro battuto; tutte le aperture del piano terra e del primo piano, sono sottolineate da cornici sempre in pietra. Il sottotetto è demarcato da una minuta cornice in pietra viva. Da segnalare inoltre l’attuale corpo verso est, aggettante rispetto al volume principale dell’edificio, a forma di torretta merlata con caratteri neogotici. Infine le entrate prospicienti Via Miranese non sono più costruite da portali ad arco, ma più semplicemente da pilastri e cancellate in ferro.
I RESTAURI
La lunga storia della mensa patriarcale di Comenzago (luogo in cui risultava ubicata la villa), durante quasi mezzo millennio, ha visto, come abbiamo precedentemente constatato, vari interventi edilizi che tuttavia non hanno fatto perdere del tutto l’impronta architettonica originaria.
Il primo restauro è datato 1605, poi per tutto l’arco del XVIII secolo non si annoverano particolari interventi, mentre quello successivo si caratterizza proprio per le molteplici attività di cantiere.
Un primo episodio di rilievo si registra nel 1851: si tratta di “rinnovazione” di scuri, vetrate, porte, tetto e parti di pavimento.
Nel 1886, dopo il rinnovo fatto eseguire dall’Economato necessario per la manutenzione della “Casa di Villeggiatura di Mirano” affinché fosse consegnata a Sua Emminenza mons. Agostini, patriarca, vi è la “dichiarazione di riceverla in buono stato locativo e tale mantenerla rispondendo dei danni che in seguito si verificassero”.
CONTROVERSIE CONFINARIE CON I CABRINI
A quanto pare già tra fine ‘600 e inizi ‘700 il confine del brolo patriarcale era stato oggetto di discussioni. Non si trattava, come nell’800, di questioni riguardanti le spese e la manutenzione del complesso in genere, ma di controversie con i confinanti, in particolare con i Cabrini.
Durante i primi decenni del XVII secolo tra il patriarcato e i Cabriniera intercorso un rapporto di buon vicinato tanto che nel 1627 si concambiano 3 campi a vantaggio e comodità del primo.
Nel 1699 però scoppia una lite che riguarda il confine a tramontana. Viene intimato “ ad istanza del Patriarcato di Venezia ai fratelli Cabrini”, attraverso l’invio di due lettere avogaresche, che “non facciano alcuna novità nei fossi, nelle terre e segni divisori presso il brolo, la casa e i beni del Patriarca in Comenzago in pena di ducati
L’ORATORIO DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO
Come abbiamo visto il complesso della mensa patriarcale comprendeva anche una chiesetta adiacente alla villa, a est e in linea con la facciata della stessa. Conosciuto come “l’Oratorio del Patriarca”, dedicato alla beata vergine del Rosario, era uno dei primi quattro oratori citati in Mirano.
La presenza dell’oratorio in documenti sia trevigiani sia veneziani è dovuto al fatto che Mirano era sotto la giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Treviso: ciò fu motivo di attriti tra questi e il patriarca di Venezia.
Il patriarca considerava da sempre l’oratorio del suo palazzo come pubblico e in quanto tale vi si celebrava messa quando si voleva. Il vescovo di Treviso invece, non ritenendolo pubblico, proibì la celebrazione degli uffici religiosi, in particolare della messa. Si giunse infine ad un chiarimento tra i due: il Vescovo Giustinian tolse la proibizione di dir messa e dichiarò pubblico l’oratorio nel 1779.
Alla fine dell’Ottocento, il legame tra il patriarcato e la comunità di Mirano si afferma e si rafforza ancor di più, a seguito di un avvento clamoroso: lo scoppio del colera. Infatti, quando nel 1886 “anche in questo Comune il morbo asiatico” scoppiava, le autorità municipali accettavano l’invito che il patriarca aveva presentato loro di poter utilizzare la villa della mensa come lazzaretto.
EPILOGO: L’ASTA DELLA VILLA IN COMENZAGO
A fine Ottocento ormai la villa perde la sua perminente funzione di casa di villeggiatura per trasformarsi in un centro di pubblica utilità. La disponibilità del patriarca a veneire incontro alle richieste della municipalità miranese nascondeva forse anche l’intenzione di liberarsi dell’intero complesso. E’ così che nel 1898 esce l’avviso d’asta.
Si giunge così all’epilogo, dopo oltre 400 anni, della mensa patriarcale e della sua storia a Mirano.